Una modenese a Bruxelles: Le “sante” patone

Sono sante

Quando ci vogliono, ci vogliono!

Cosa vuoi che sia! Deve pur imparare!

Lui/lei deve capire che sei tu che comandi.

Non ci si puo’ permettere di correre un rischio simile: farsi mettere i piedi in testa da un bimbo!

Per una sculacciata non é mai morto nessuno.

(…)

Le benedizioni, quello che arriva come una “classica manna dal cielo”, un’improvvisa sorpresa piacevole, un gesto educativo, normalmente e potendo generalizzare, non portano a reazioni sgomente, lacrime e chiusure emotive, anzi, tutt’altro. Tutto ciò che deve gratificare, colmare di gioia e bene non porta strascichi di pianto. Eppure ogni volta, la reazione è sempre quella. Io, personalmente, non ho mai visto un bambino che dopo una manata sulla guancia ringrazia per l’insegnamento ricevuto. Faccini tristi, lacrime, singhiozzi, raggomitolamenti per ore e incomprensione totale.

Di cosa siamo dotati come esseri umani? Abbiamo ricevuto il dono dell’ascolto, per tendere un orecchio a chi cerca di comunicare con noi anche attraverso, a volte, gesti bruschi, azioni distratte e veloci e che maldestramente vuole attirare su di sé l’attenzione. Il gran regalo della parola era compresa nel pacchetto “quando nasci ti sarà dato” e troppe volte pareti di plexyglass ci avvolgono le teste, non comunichiamo. Possiamo vedere, grazie agli occhi che abbiamo, osservare, imparare vedendo, comprenderci. Abbiamo le mani e i piedi che in ogni loro movimento vorrebbero e dovrebbero essere nobilitati da buone azioni, gesti amorevoli, carezze ed accoglienza.

Chi delle persone in lettura, genitori o no, vorrebbe essere un brutto ricordo agli occhi di un bambino? Quale genitore desidererebbe essere l’incubo del proprio figlio! E soprattutto, per quale ragione. Per insegnare, per segnalare, per marcare il territorio con ” qui comando io ” , per essere sempre visti come quelli da rispettare e verso cui la prole deve nutrire un melange di amore-sottomissione.

“Non si usano le mani” si predica a dito alzato e a voce alta e per far passare bene il messaggio si scaldano un pochino i palmi delle mani. Ora, io credo che a schiaffi in faccia non prenderei nemmeno un moscerino, ma parlo di me, e non sono la regola. Se è vero che i bambini, come credo, apprendono velocemente, assorbono e tante volte imitano ed emulano chi vive assieme a loro, un atteggiamento di questo tipo non può che creare disorientamento e confusione. Nella mente di un bimbo, secondo un ragionamento non poi così contorto ma molto lineare e diretto, un’immagine é ben fissa e chiara, in primo piano dire. Il genitore é la guida, colui verso cui tendere, colui che ci da un concreto di modello verso cui tendere.

Le parole a volte , soprattutto nei primi anni di vita non recano giustizia ai piccoli, ma molto di più i gesti che per diretta conseguenza saranno simili ai nostri. Ecco qui che nascono controindicazioni, inconvenienti scomodi, violenti.” Se lo fai tu con me, allora non é male, non é cattivo, posso farlo anche io” . Una distinzione certa, sicura, che noi stessi imbocchiamo. Ciò che è male e ciò che invece è bene lo insegniamo noi stessi, i “grandi” della situazione. Se dicessimo a nostro figli di toccare il fuoco, di camminare nudo per strada, di mangiare ciò che di più sporco esiste e dessimo noi per primi una prova di tutto questo, loro lo farebbero senza esitare, senza chiedersi perché, ma semplicemente catalogando e dividendo “bene” o “male” a seconda che il genitore dia il benestare oppure no.

Un esempio che vale una vita, perché una mente evolve, matura, ma non cancella. Un esempio diretto, vissuto sulla propria pelle e sulla propria faccia, brucia adesso come quarant’anni or sono. E ai saggi, che a questo punto direbbero “però me la ricordo!” chiederei se tanti anni fa avrebbero preferito un trattamento diverso, una spiegazione , un discorso importante. Sfido a trovar risposte negative. Come mai però i figli, una volta grandi, non sono più oggetto di ceffoni. Ti becchi magari una lavata di capoccia, una ramanzina di quelle epiche ma le mani non ti sfiorano. Sei colpito nell’animo e magari nell’orgoglio e questo ti basta per muovere dentro un amor proprio che ti fa ragionare sull’accaduto.

Se partiamo dal presupposto che anche i bambini, dotati di grande sensibilità ed attenzione, capiscono, comprendono e colgono, perché a loro le parole sono spesso negate? Si sceglie la scorciatoia, una via di fuga da un problema per il quale non si ha tempo da perdere e voglia da mettere a disposizione. Un bottone da schiacciare veloce perché la giornata che volge al termine è già stata abbastanza faticosa. Quindi agisci. Infierisci. Ma ora, la domanda che prima facevo ad un ex bambino cresciuto la farei al genitore “sei felice di questo?”. Forse si è solo sbagliato modo, non sto giudicando, non ho il merito per giudicare nemmeno me stessa, ma sono domande che da madre è lecito porre.

I canali comunicativi che si sceglie di percorrere sono tanti, sono vari, sono diversi e sono adattabili. In ogni periodo un genitore é libero di giocare con la fantasia, di attirare l’attenzione cantando, inventarsi un balletto, di spiegare con tanta voce ed inventiva. Ma ci si da troppo spesso per deboli, per incapaci di reggere la situazione e in un attimo la vena si chiude e parte il ceffone che lascia attonito ed impaurito chi lo riceve e un senso di liberazione-pentimento (spero) in chi lo da. Però come in tutte le iniziazioni, il più é partire, e in cascata libera ad ogni inghippo e intralcio volano sberle come se piovessero lasciando dietro solo una striscia di malcontento.

Zittisci, blocchi, fermi bruscamente, dai una scossa emotiva, un segnale forte. A che pro? Il gioco dei ruoli può essere un buon inizio per una riflessione, un punto di partenza. Se fossi al posto suo? I momenti critici, di faville io credo che siano noti a tutti, un bambino infatti é un essere dotato di un potenziale incredibile che per esprimersi può, certe volte, incappare nel canale comunicativo non adatto alla situazione. A noi, sta il compito di indirizzarlo verso quello idoneo non placando la sua naturale inclinazione e annientando il suo estro, ma solamente mostrandoci attivi e propositivi verso un nuovo modo di comunicare e interagire. Non di certo farlo stagnare nel dubbio, nella paura o magari nell’incertezza di sentirsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Se la famiglia non è il posto giusto per eccellenza…che Dio ci salvi!

Un articolo di Mammerri

[note] Chi è Mammerri? 

Enrica, nonantolana, vive a Bruxelles con suo marito Davide e i loro due figli. Ingegnere gestionale ora si dedica ai suoi figli a tempo pieno. Ha creato un blog personale, Mammerri creato per rivolgere un messaggio principalmente alle sue zone d’origine e più genericamente all’Italia dove crede ci sia ancora tanto da fare sui temi legati alla genitorialità.[/note]

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